Gli obiettivi e il metodo dell'azione educativa

Siamo una scuola davvero particolare: cerchiamo di mettere entusiasmo in tutto ciò che facciamo, siamo una scuola giovane ma abbiamo radici solide che vengono dal pensiero di San Tommaso D’Aquino. Scomodare il “Dottore Angelico” per i bimbi da zero a quattordici anni? Ebbene sì, questa è stata ed è quotidianamente la nostra sfida, e, se avete un po’ di pazienza e di curiosità, vi accompagneremo in questo cammino di scoperta (anche solo per qualche riga al giorno!). Buona lettura!

L’educazione è il cammino stesso che conduce la persona al raggiungimento della sua pienezza e quindi della sua felicità. L’attuale società, apparentemente tanto protesa a ricolmare di beni e di attenzioni il bambino e il giovane, rischia di trascurare gravemente il problema educativo, ritenendo che, tutto sommato, il processo educativo si realizzi anche indipendentemente da un preciso progetto, o che, comunque, tale progetto possa limitarsi a far acquisire al bambino o al ragazzo alcune abilità fisiche e un adeguato bagaglio conoscitivo. In questo modo educare viene ridotto a insegnare a parlare, a riconoscere e utilizzare propriamente i simboli linguistici e numerici per poter progredire poi in ogni tipo di conoscenza, o al massimo consiste nell’introdurre il fanciullo al sistema di convenzioni in uso nella società in cui egli si trova a vivere. Educare finisce quindi per diventare sinonimo di addestrare o al massimo di istruire e spesso si trascura il fatto che l’educazione deve condurre la persona ad attuare pienamente la sua stessa umanità, senza che venga trascurata nessuna delle dimensioni proprie della persona. Così il processo educativo non abbraccia solo il sapere e non si limita semplicemente al saper fare, ma si focalizza soprattutto sul saper essere, cioè sull’acquisizione di quella signoria su se stessi che consente al soggetto di vivere in modo pieno e adeguato la propria libertà, sintonizzando il proprio sé con la dignità umana. Uno degli aspetti imprescindibili di questo processo di “coltivazione” dell’umanità che è nell’uomo è da individuare nella naturale capacità della persona di porsi in relazione con i suoi simili. La vita di relazione è un’esigenza costitutiva della persona umana, tanto che l’uomo non potrebbe diventare pienamente se stesso se non in relazione con i suoi simili. Questo è per noi un aspetto importantissimo, dato che l’educazione non si realizza se non nella relazione: educare implica la relazione e nello stesso tempo educare significa aiutare il bambino a tessere in modo giusto e costruttivo la relazione con gli altri, con se stesso, con il creato e con il Creatore.

La persona è dunque aperta agli altri a tal punto che si costruisce solo grazie al dialogo con i suoi simili. Si può dire addirittura che ognuno di noi acquisisce consapevolezza del proprio io e conquista la propria personalità nel rapporto con gli altri.
La relazione è dunque il presupposto dell’azione educativa, ma in qualche modo ne è anche il fine, dato che la realizzazione di relazioni positive con l’altro rappresenta l’opera dell’intera nostra esistenza.
San Tommaso afferma:

«L’uomo di sua natura è un animale sociale e politico fatto per vivere insieme agli altri anche più di qualsiasi altro animale; e questo risulta in modo evidente dalla sua necessità di ordine naturale. Infatti agli altri animali la natura fornisce cibo, rivestimenti di peli,armi di difesa come denti, corna, unghie o, almeno, la velocità per fuggire. La natura dell’uomo invece è tale da non avere nessuna di queste cose: al loro posto gli è data la ragione, per mezzo della quale può procurarsele tutte con l’opera delle sue mani. Ma a far questo un solo uomo non basta.
Infatti un uomo non potrebbe vivere da solo, senza che gli venga a mancare qualcosa di necessario.Dunque l’uomo per natura vive in società con gli altri. Di più: gli animali distinguono istintivamente ciò che a loro è utile o nocivo, come per esempio la pecora sa per istinto che il lupo le è nemico. Alcuni animali conoscono istintivamente certe erbe medicinali ed altre necessarie per la loro vita. L’uomo invece di ciò che è necessario alla sua vita ha una conoscenza naturale generale, dal momento che – per mezzo della ragione – dai principi generali è capace di giungere alla conoscenza delle singole cose necessarie alla vita umana. Non è possibile però che un uomo da solo con la sua ragione conosca tutte queste cose. Dunque agli uomini è necessario vivere in società in modo che l’uno sia aiutato dall’altro e ognuno con la ragione si occupi di cose diverse, per esempio chi di medicina, chi di una cosa e chi di un’altra. Questo è dimostrato chiaramente dal fatto che sia proprio dell’uomo l’uso della parola, per mezzo della quale ciascuno può esprimere completamente il suo pensiero agli altri

Abbiamo riportato per intero questa lunga citazione perché, nella sua linearità e semplicità, è davvero illuminante. Questo brano evidenzia non solo la dimensione sociale dell’uomo, ma anche altri aspetti che sono strettamente connessi con la strutturale capacità e necessità umana di porsi in relazione, oltre che con se stesso, con ciò che lo circonda: con i suoi simili innanzitutto e anche con le cose e l’ambiente circostante.
San Tommaso afferma che l’essere umano non è dotato dalla natura di strumenti già fatti per cibarsi e difendersi, o di modi già predisposti per riconoscere il pericolo o i rimedi per certe malattie, ma è dotato della possibilità di farsi tutto questo «con la ragione e con l’opera delle sue mani». Quindi tutto ciò che gli occorre per vivere e per realizzarsi pienamente come uomo non gli è dato dalla natura come già fatto, ma deve farselo; egli stesso non è dato dalla natura come “già fatto”, ma deve “farsi”, e per questo è indispensabile l’aiuto degli altri uomini. La natura dell’uomo esprime così l’esigenza radicale insita nel soggetto di aprirsi all’altro per raggiungere la propria perfezione. Tale strutturale “apertura” costituisce la naturale socialità dell’uomo.
Questa dimensione, che viene anche chiamata “categoria della reciprocità”, è basata non solo sulla “povertà” dell’uomo (nel senso che ha bisogno degli altri uomini per realizzarsi), ma soprattutto sulla sua “ricchezza” (nel senso che può comunicarsi agli altri per arricchirli). La possibilità di partecipare ad altri una propria ricchezza, come anche di riceverla da altri, è radicata ancora una volta nella vita intellettiva, unica possibilità per entrare in modo vitale e costruttivo in relazione con l’altro.
Se si osserva, povertà e ricchezza, bisogno e capacità di comunicarsi, sono le facce di un’unica medaglia: per la persona umana vivere in società non significa semplicemente fare parte di un gruppo in modo da raggiungere meglio ciò che da soli non si otterrebbe – come avviene per alcuni animali – ma significa realizzare una comunione. Solo l’uomo, infatti, è capace di comunicare nella dimensione dell’intelligibile, cioè a livello delle essenze universali e immutabili, svincolate dal tempo e dallo spazio, solo l’uomo ha questa apertura che è propria dello spirito e che gli consente a un tempo sia di fare proprie le ricchezze degli altri sia di donare ad altri le proprie.

Il rapporto dell’uomo con i suoi simili diventa dunque indispensabile affinché l’individuo possa realizzarsi appieno come persona umana. Sopra si è detto che l’uomo non è totalmente “dato”, ma deve in qualche modo “farsi” con le proprie mani. L’uomo è dunque un essere particolare al quale spetta di realizzare pienamente ciò che la propria natura racchiude, o di rendere pienamente manifesto ciò che possiede radicalmente, coltivando ed esplicitando nel tempo le ricchezze di cui è fornito. Questa coltivazione delle proprie potenzialità, questo cammino di conquista piena di sé, può avvenire solo con l’aiuto di altre persone.
La costruzione di se stesso che l’uomo compie con l’aiuto dei suoi simili è ciò che in senso lato chiamiamo educazione (nel senso di trarre, far emergere e portare a maturazione ciò che l’uomo possiede per natura), o anche cultura (nel senso di coltivazione delle potenzialità umane). L’azione culturale o educativa è allora richiesta dalla natura stessa dell’uomo.

Maritain afferma:
«Coltivare un campo significa stimolare la natura, con il lavoro umano, a produrre frutti che da sé non avrebbe potuto produrre, perché ciò che produce da sé è vegetazione “selvaggia”, incolta. Questa immagine ci indica che cos’è la cultura di cui parlano i filosofi, cultura non di una determinata produzione di suolo, ma dell’umanità stessa. La cultura, cioè il lavoro della ragione e delle virtù, è naturale per l’uomo. Non è naturale nel senso che sia dato bell’e fatto dalla natura, ma è naturale in quanto è conforme alle inclinazioni essenziali della natura (o essenza) umana, di cui mette in moto le energie essenziali. Infatti il lavoro della ragione e della volontà risponde a un radicale anelito della natura umana e l’uomo non può vivere pienamente la sua umanità se non si governa con le facoltà intellettive.»

Il compito dell’educazione, intesa in senso ampio, è dunque quello di guidare l’uomo nel cammino di costruzione di se stesso, di condurlo nel processo durante il quale egli si forma in quanto persona umana, provvista delle ricchezze conoscitive, della capacità di giudicare correttamente le proprie azioni, di una volontà formata al bene autentico, in una parola della capacità di esercitare la propria libertà nel pieno dominio di sé.

Giustamente Maritain osserva:

«Non c’è nell’uomo, come negli altri animali, una specie di roccia solida di vita istintiva che costituisca una struttura assolutamente fissa di comportamento e rigidamente determinata tanto da rendere possibile l’esercizio della vita. Tutto il giuoco degli istinti, per numerosi e possenti che siano, resta in noi aperto, governabile, e comporta una relativa indeterminatezza, che solo nella ragione trova il suo compimento naturale e il suo regolamento normale. Fatto sta che la specie d’infinitezza che è propria dello spirito infinitizza in qualche modo e rende indeterminata nell’essere umano la vita stessa dei sensi e degli istinti, la quale non può trovare il suo punto di fissaggio naturale – intendo secondo le esigenze e i destini propri della natura umana – che nella ragione. Altrimenti essa troverà un fissaggio distorto, in balia di una passione dominatrice, e devierà dalla natura. L’uomo veramente e pienamente naturale non è l’uomo della natura come stato iniziale, la terra incolta, è l’uomo della saggezza, la terra umana coltivata dalla retta ragione, l’uomo formato dalla cultura (cioè coltivazione) interiore delle virtù intellettuali e morali. Egli solo ha una consistenza, ha cioè una personalità.»

Si vede allora che l’educazione non è propriamente ciò che serve per insegnare all’uomo a compiere azioni determinate in situazioni determinate: l’educazione non si risolve in una specie di addestramento. Educare significa piuttosto far sì che l’uomo impari a scegliere in ogni circostanza della vita ciò che è oggettivamente buono e conforme alle esigenze della propria natura. E affinché ciò sia possibile non è sufficiente curare l’aspetto conoscitivo, ma è indispensabile formare la volontà. Spesso, infatti, se non sappiamo scegliere ciò che è autenticamente bene, non è perché ci mancano adeguate conoscenze, ma piuttosto perché non abbiamo sufficiente forza di volontà. L’educazione integrale dell’uomo deve dunque riguardare l’acquisizione di determinate abilità, anche fisiche, e di un adeguato bagaglio di conoscenze, ma deve soprattutto avere cura di formare la volontà in modo che le ricchezze fisiche e intellettive siano indirizzate al vero bene della persona.
In altre parole si può dire che crescere come uomini significa imparare a gestire con responsabilità la propria esistenza, cioè imparare a essere veramente liberi, pienamente padroni delle proprie azioni. Occorre comprendere che libertà per l’uomo non vuol dire fare ciò di cui si ha voglia, ma piuttosto volere (cioè saper scegliere) ciò che è autenticamente bene. Ma scegliere ciò che è autenticamente bene non è possibile se, oltre all’istruzione, non viene curata anche la formazione della volontà. La formazione della volontà consiste sostanzialmente nel condurla pian piano a svolgere il suo compito di dominio degli appetiti sensitivi. Una volontà che sia soffocata dalle “voglie” o dagli impulsi istintivi è una volontà che rimane come frustrata, legata, perdendo di fatto la sua prerogativa, quella della libertà.
Questo ci fa capire anche quale responsabilità abbiano i genitori e gli educatori. Dato che la natura umana esige la vita intellettiva, il bambino ha “diritto” a essere guidato dalle facoltà intellettive anche quando le proprie facoltà intellettive non sono ancora in grado di farlo. Il bambino ha diritto di vedere rispettata la propria dignità di persona e non può in alcun momento della sua esistenza avere come guida del proprio operare la pura istintività. Seguire gli istinti o le voglie, infatti, non è esercitare la libertà perché, come si è visto, nell’istintività prevale l’aspetto passivo, piuttosto che
attivo, del soggetto rispetto agli oggetti con i quali entra in contatto; la libertà ha la propria radice nella vita intellettiva. Occorre dunque aiutare il bambino a dominare i propri istinti o le varie voglie del momento, indirizzandolo, con la ragione, a perseguire ciò è veramente buono per lui, anche se questo bene può sul momento presentarsi come non gratificante. Questo significa farlo crescere aiutandolo pian piano a governarsi con la propria ragione e la propria volontà, e sarebbe un atto di grave ingiustizia nei suoi confronti abbandonarlo ai suoi istinti e alle sue voglie, che finirebbero per soffocare o indebolire la sua libertà.

La persona si rapporta anche con le cose che la circondano in un modo particolarissimo. L’uomo, infatti, per mezzo delle proprie facoltà intellettive, riesce a realizzare una interiorizzazione perfetta grazie alla quale le cose sono rese intenzionalmente presenti nel suo spirito.
L’uomo, dunque, non è mai puramente passivo rispetto all’ambiente materiale che lo circonda. Il suo rapporto con le cose non si risolve in una forma di adattamento o di reazione rispetto a un ambiente che impone al soggetto di assumere nuove abilità. Non si tratta semplicemente di lasciarsi modificare, ma piuttosto di conquistare e modificare l’ambiente finalizzandolo a sé, “significandolo”. Così per l’uomo le cose acquisiscono un senso, vengono assorbite all’interno della “direzione” che il soggetto assegna alla propria esistenza, all’interno della sua stessa finalizzazione.
San Tommaso mette in stretto collegamento la ragione e le mani come strumenti che la natura fornisce all’uomo per realizzare ciò è indispensabile per la sua esistenza. La collaborazione che esiste fra la ragione e le mani attua qualcosa di veramente straordinario: le mani agiscono nel mondo materiale e sono capaci di imprimere alla materia stessa ciò che deriva dalla ragione. Nel lavoro, nell’arte, nel gioco l’uomo opera delle trasformazioni del mondo materiale facendo in modo che le cose che egli produce siano espressione di un’idea. Le cose materiali diventano allora portatrici di un messaggio, diventano segno ed espressione di intelligenza.

Si comprende come in questo contesto il lavoro emerga come caratteristica peculiare dell’essere umano. Il lavoro è un’attività tipicamente umana perché lavorare non è soltanto trasformare in qualche modo la realtà esterna, ma implica anche un particolare coinvolgimento del soggetto che in questa attività si esprime. Marx ha analizzato a fondo la realtà del lavoro come espressione tipicamente umana e ha mostrato come il lavoro dell’uomo sia radicalmente diverso da qualsiasi  attività compiuta dagli animali. Anche se rimaniamo sorpresi di fronte alla perfezione di un alveare, di un formicaio, di un nido, di una diga costruita dai castori, il lavoro umano si presenta come qualcosa di qualitativamente diverso. Il lavoro umano è, infatti, un’attività che presuppone sempre una progettazione e una deliberazione. Il lavoro, prima di attuarsi e di realizzare qualcosa che è altro dal soggetto, si attua all’interno del soggetto grazie alla ragione. L’uomo, dunque, ha la possibilità di agire sulla materia in modo da modellarla, imprimere ad essa una “forma” e renderla espressione di un’idea. È evidente che non solo sa imprimere un’idea, ma sa anche leggere l’idea che è racchiusa nelle realtà materiali. A ben vedere tutta la produzione artistica si basa proprio su questa capacità di imprimere e riconoscere l’idea nella materia. L’artista, infatti, è tale perché sa modellare la materia in modo che diventi espressione di un’idea; chi gusta l’opera artistica la gusta proprio perché riesce a cogliere in quella materia un’idea.
Le realtà materiali per l’uomo non sono allora semplicemente delle cose da usare o da consumare, ma anche realtà da contemplare, cioè da gustare senza né usarle né consumarle. Gustare le cose in questo modo significa riuscire a cogliere in esse un’idea, un’armonia, una perfezione che dà gioia per il semplice fatto di essere riconosciuta: significa, in altre parole, fare esperienza della bellezza.
Tutte le realtà, anche quelle che non sono prodotte dall’uomo, possono allora essere, per chi le sa osservare, per chi ha uno sguardo contemplativo, fonte di una gioia che nasce dal solo fatto di riuscire a riconoscere la loro perfezione.

Dalle annotazioni sopra riportate si vede come non è possibile impostare un discorso pedagogico autentico se non attingendo ai principi antropologici (antropologia non fenomenologica o culturale, ma antropologia filosofica). E dato che non si può sostenere un discorso sull’uomo senza interrogarsi sulla sua costituzione ontologica, non è possibile sostenere alcuna pedagogia senza radicamento nella metafisica. L’errore di fondo, purtroppo ricorrente nella pedagogia di oggi, è da vedere nell’illusione di poter svincolare la pedagogia dalla metafisica, cioè nel concepire l’educazione come un processo che ha valore in se stesso ed è svincolato sia da un punto di partenza che da un termine al quale giungere. È indispensabile porre particolare attenzione ai presupposti ontologici della paideia per non cadere in pericolose forme di riduzionismo pedagogico: è infatti impossibile parlare di cammino formativo senza avere ben chiarito qual è il punto da cui si parte e quale il fine da perseguire, cioè senza prima aver risposto alle domande filosofiche fondamentali sulla natura dell’uomo.
Questa impostazione, che potrebbe essere chiamata pedagogia poietica, attraversa ininterrottamente tutta la storia del pensiero umano e, a partire dai grandi filosofi greci, arriva fino a noi. Per ricordare solo alcuni nomi significativi fra i contemporanei, oltre a Maritain, possiamo riferirci ad Abelardo Lobato, grande antropologo e pedagogista ancora vivente e grande studioso delle diverse dimensioni legate alla dignità umana, a Del Cura, Cardona, Emotet o anche a Jean-Louis Bruguès, senza dimenticare educatori come Don Milani o Don Bosco, ma pure i coniugi Marchesi di Barolo o anche linee di sviluppo legate alla Scuola di Psicosintesi o allo studioso Feuerstein. Nessuna di queste dottrine può essere presa come la “ricetta” vincente o esclusiva (ammesso che possano esistere delle “ricette” in campo educativo, o delle pedagogie “omologate” rispetto ad altre prive del bollino di “libera circolazione”), ma certo ciascuna può rappresentare un prezioso contributo per una lettura della persona umana nelle sue diverse fasi di sviluppo.
Cerchiamo allora di esporre brevemente alcuni dei principi fondamentali che stanno alla radice del nostro percorso educativo.

Come si è detto, i fondamenti del processo educativo sono da ricercare nei principi della metafisica e dell’antropologia, basandoci sulle riflessioni di Maritain. Infatti

«Se il fine dell’educazione consiste nell’aiutare e guidare il bambino verso la propria perfezione umana, l’educazione non può sfuggire ai problemi e alle difficoltà della filosofia, perché essa suppone per la sua stessa natura una filosofia dell’uomo, e per prima cosa è obbligata a rispondere alla domanda rivolta dalla sfinge della filosofia: “Che cosa è l’uomo?”».

A questa domanda la scuola filosofica domenicana risponde dicendo che l’uomo è persona, è cioè un soggetto di natura razionale e quindi capace di orientarsi liberamente nel proprio operare.
Nella pedagogia poietica il cammino formativo è concepito come un processo di progressiva conquista di sé da parte di se medesimi o di conquista della propria personalità. Essendo la libertà e l’autonomia la caratteristica fondamentale dell’essere persona, conquistarsi come persona equivale, in questa prospettiva, a conquistare la propria libertà. Si può dire quindi che il processo educativo abbia come suo scopo quello di rendere l’uomo pienamente persona, cioè un soggetto autenticamente libero. Così l’essere umano, pur essendo ontologicamente persona fin dal primo istante della propria esistenza, e per ciò stesso anche radicalmente libero, è in qualche modo costretto ad impossessarsi faticosamente di se medesimo, a prendere possesso della propria persona acquisendo pian piano la piena capacità di “reggersi con le proprie mani”.
Così inteso il processo educativo non si limita dunque al periodo iniziale della crescita umana, ma si identifica con il cammino di autoformazione e di autoperfezionamento che la persona umana deve operare durante tutta la propria vita.

Una prima domanda a cui bisogna rispondere per comprendere appieno questo processo di conquista di sé riguarda la possibilità stessa dell’educazione. In base a che cosa possiamo dire che l’essere umano è educabile? Perché l’uomo deve conquistarsi?
L’uomo è un soggetto intrinsecamente composto di potenza e atto. E tale composizione nell’uomo, come in tutti gli altri enti materiali, è presente a due diversi livelli: non solo vi è reale distinzione fra id quod est ed esse, ma la stessa essenza umana risulta costituita di materia prima e forma
sostanziale. In tutti gli enti composti di potenza e atto è possibile distinguere una perfezione prima, che si identifica con l’essere sostanziale e indica la presenza di tutti i principi costitutivi della sostanza, e una perfezione seconda, che è collocabile a livello accidentale e che deve essere attuata fino al
raggiungimento del proprio fine ultimo. Tale distinzione è possibile solo negli enti che possiedono potenzialità e che per questo sono suscettibili di ricevere ulteriore determinazione e attuazione rispetto al proprio essere sostanziale. Infatti un soggetto che fosse atto puro sarebbe anche
totalmente “compiuto” e, mancando assolutamente di potenza passiva, non sarebbe in alcun modo perfezionabile.
Intendendo per educazione il processo per mezzo del quale un uomo è formato e condotto verso la propria perfezione, si dovrà dire che l’uomo è educabile in quanto è perfezionabile, in quanto cioè la sua perfezione iniziale si distingue dalla sua perfezione ultima raggiungibile attraverso l’azione.

Tale composizione, pur essendo necessaria, non è comunque sufficiente per poter parlare di educabilità.
Infatti, per poter educare un soggetto, occorre sicuramente che quel soggetto preveda uno stato di perfezione ultima realmente distinto dalla perfezione prima e sostanziale, ma occorre anche che lo stato finale di compiutezza sia raggiunto non in modo necessario per semplice esplicitazione delle virtualità intrinseche al soggetto, bensì attraverso un lavoro di “modellazione” di ciò che per sua natura non è rivolto in modo deterministico verso una sola direzione, ma è per sé aperto a più vie.
Lo sviluppo umano non consiste nel percorrere un cammino obbligato fino a giungere alla perfezione richiesta dalla natura, ma piuttosto nell’autodeterminarsi e nell’imparare a scegliere liberamente ciò che è conforme alla propria natura.
Questa apertura, che è propria solo dell’uomo e che non troviamo nel dinamismo di tutte le altre creature materiali, è dovuta al fatto che l’essere umano è un soggetto di natura razionale ed è chiamato per natura a “reggersi con le proprie mani”, a tendere verso la sua perfezione ultima, non
spinto da forze fisiche necessitanti o da tendenze istintive indominabili, ma orientando se stesso con l’intelletto e la volontà verso i beni che possono compiutamente realizzarlo come persona umana.

È indispensabile comprendere che il fine da raggiungere non è arbitrario, ma è dato dalla natura stessa. L’educazione non è un «un movimento per amore di movimento, senza uno scopo o un obiettivo da raggiungere», ma deve condurre alla piena realizzazione dell’essere umano secondo ciò che è
richiesto dalla sua stessa essenza. È infatti la natura umana che indica il fine dell’uomo e, quindi, indica quali sono i beni effettivi dell’essere umano, i soli che, essendo conformi alle finalità intrinseche alla natura, possono assicurare all’individuo il raggiungimento della sua pienezza e della
sua felicità. Il processo educativo è allora veramente “educativo” solo quando è rispettoso di ciò che l’essenza umana in se stessa è ed esige.
Esiste dunque una legge di natura, cioè una regola, un ordine che chiede di essere seguito liberamente per consentire all’uomo di compiere se stesso. E tale legge di natura è sempre necessariamente presente perché è insita nell’immutabile essenza umana.

«Avendo una natura, essendo costituito in un certo determinato modo, l’uomo ha evidentemente dei fini che rispondono alla sua costituzione naturale e che sono gli stessi per tutti, – come per esempio tutti i pianoforti che, qualunque sia il loro tipo particolare e dovunque essi siano, hanno per fine di produrre suoni che siano giusti. Se non producono suoni giusti, essi sono cattivi, bisogna riaccordarli, o sbarazzarsene come buoni a nulla. Ma poiché l’uomo è dotato di intelligenza e determina a se stesso i propri fini, tocca a lui accordare se medesimo ai fini necessariamente voluti dalla sua natura. Ciò vuol dire che vi è, per virtù stessa della natura umana, un ordine o una disposizione che la ragione umana può scoprire e secondo la quale la volontà umana deve agire per accordarsi ai fini necessari dell’essere umano. La legge non scritta o il diritto naturale non è altro che questo.»

È da notare però che l’esistenza di una legge di natura non è per se stessa sufficiente a garantire che l’uomo la rispetti nelle proprie scelte: essa, infatti, obbliga non fisicamente, ma solo moralmente ed è quindi indispensabile, affinché le norme dettate dalla natura regolino le singole azioni, che queste siano innanzitutto conosciute e inoltre che siano di fatto assunte come norma e misura dell’azione concreta. Tale maturità di comportamento non è nell’uomo immediata e automatica, ma esige un faticoso percorso di conquista.
Così l’apertura all’infinito, che è tipica delle facoltà spirituali dell’uomo, pone come necessità di natura un processo formativo grazie al quale l’uomo acquisisca la piena padronanza nel’’orientarsi liberamente verso ciò che è il proprio bene.

Emerge a questo punto un fatto molto importante: non solo l’uomo è educabile, ma egli esige di essere educato. Cioè, come dice Maritain, «l’uomo è per natura un animale di cultura». Per giungere alla propria pienezza la natura umana necessita dunque del lavoro “culturale”.

Il lavoro dell’educatore è quello di “coltivare”, nel senso di mettere in atto tutto ciò che occorre affinché la natura dell’educando sia portata a fruttificare, sia condotta manifestare pienamente tutta la propria ricchezza e ad attuare tutte le proprie potenzialità. Così l’arte dell’educare, più che essere paragonata alla scultura, dovrebbe essere concepita come la medicina.

«La medicina ha da fare con un essere vivente, con un organismo che possiede una interna vitalità ed un interno principio di salute. Il medico, sì, esercita una reale causalità nel guarire il suo malato; ma in un modo tutto particolare: imitando le vie della natura stessa … e aiutando la natura. (…) In altri termini: la medicina è ars cooperativa naturae, un’arte ministeriale, un’arte a servizio della natura. E così è per l’educazione.»

Dicendo che l’educazione è ars cooperativa si dice anche che il processo educativo è frutto del lavoro sia dell’educando che dell’educatore, ma, pur essendo il lavoro di quest’ultimo assolutamente indispensabile, resta che l’agente principale nel cammino di formazione della persona è non l’educatore, ma l’educato, e che, quindi, l’uomo è non il prodotto, ma il soggetto dell’educazione.
Il termine cultura nel senso più ampio indica questa particolare “coltivazione” di cui l’essere umano ha bisogno per realizzare se stesso come uomo. La cultura, dunque, è l’opera delle facoltà razionali dell’uomo che è richiesta dalla natura per il raggiungimento della sua perfezione ultima.
«Essendo l’uomo uno spirito animatore d’una carne, la sua natura è di per sé una natura progressiva. Il lavoro della ragione e delle virtù è naturale nel senso che è conforme alle inclinazioni essenziali della natura umana, di cui mette in moto le energie essenziali. Non è naturale nel senso che sia dato
bell’e fatto dalla natura: s’aggiunge a ciò che la natura considerata senza questo lavoro della ragione, ridotta per conseguenza alle sole energie d’ordine sensitivo e agli istinti, o considerata prima di questo lavoro della ragione, cioè in uno stato d’involuzione quasi embrionale e di primitività, produce da sé e per sé sola». È quindi evidente che natura e cultura, natura intesa come principio sostanziale e dinamico del soggetto umano e cultura intesa come frutto di un processo razionale e affettivo, non sono in opposizione, ma si coimplicano. La natura umana esige il lavoro della ragione, e il lavoro della ragione porta a pieno compimento il soggetto umano. Questo processo di autoconquista o di autoformazione è naturale non nel senso che è già dato in partenza, ma nel senso che è la natura stessa che lo esige e lo fonda.
Così, tutto ciò che appartiene per natura all’essere umano deve in qualche modo essere anche conquistato a livello operativo: la persona è libera per sua natura, ma deve in qualche modo conquistare la propria libertà; ha una dignità inalienabile, costitutiva, ma deve imparare a vivere all’altezza della propria dignità; la persona è un soggetto strutturalmente “aperto”, per sua natura in relazione con ciò che è altro da sé, ma in qualche modo la relazione feconda con l’altro è un fine da realizzare nella propria esistenza.
L’educazione dunque si gioca, nella propria essenza, in questo processo di coltivazione delle prerogative proprie della persona umana, in modo tale che ciò che all’uomo appartiene ontologicamente sia portato a maturazione e vissuto in pienezza.

Il percorso formativo si gioca dunque sul piano dell’essere e non su quello dell’avere ed è per questo che una impostazione tecnicista dell’educazione risulta insufficiente e addirittura nociva.

La concezione tecnicista dell’educazione, concentrata sulle abilità o performance che uno può o deve acquisire e che stanno, per dirla con Erich Fromm, sul versante dell’avere piuttosto che dell’essere, è purtroppo ricorrente nella mentalità odierna.

«Possiamo ora definire in maniera più precisa lo scopo dell’educazione: guidare l’uomo nello sviluppo dinamico durante il quale egli si forma in quanto persona umana, — provvista delle armi della conoscenza, della forza del giudizio, e delle virtù morali — mentre, nello stesso tempo, a lui giunge l’eredità spirituale della nazione e della civiltà alle quali egli appartiene, e il secolare patrimonio delle generazioni che così può essere conservato. L’aspetto utilitario dell’educazione – il fatto che essa mette il fanciullo in grado di esercitare più tardi un mestiere e di guadagnarsi la vita – non deve certo essere disprezzato, perché i figli dell’uomo non sono fatti per una vita di ozi aristocratici. Ma il mezzo migliore per ottenere questo risultato pratico è di sviluppare le capacità umane in tutte le loro possibilità. E gli studi specializzati che potranno ulteriormente essere richiesti non dovranno mai mettere in pericolo lo scopo essenziale dell’educazione.»

Questa definizione di Maritain mette in un certo ordine mezzi e fini: tutto ciò che sta dalla parte dello strumento culturale è un mezzo, il fine è la costruzione dell’identità della persona. Negli anni recenti, tra i vari documenti che hanno circolato negli ambienti scolastici, c’è stata una stagione, negli anni 2004/2005, in cui anche alcuni documenti normativi avevano reso esplicito questo discorso, applicandolo a tutte le scuole della Repubblica: c’era un documento, chiamato PECUP (Profilo Educativo Culturale Professionale dello Studente), nel quale si diceva che le conoscenze e le abilità che uno deve acquisire hanno funzione di strumento, per raggiungere il fine della costruzione dell’identità della persona. Mentre nel modello tecnicista tutto è standardizzato – basta stabilire lo standard, eventualmente aiutare chi non ce la fa, e tutto va bene – nel modello pedagogico di impianto personalista questo non è possibile, perché la risposta alla domanda «Che cosa se ne fa ogni persona di ciò che apprende grazie al contributo degli insegnanti?» è una risposta strutturalmente variabile.
In qualche modo, durante l’età evolutiva, ogni strumento di natura culturale, ogni conoscenza di natura tecnica, ogni abilità che possa essere acquisita è uno strumento finalizzato alla costruzione dell’identità della persona e serve nella misura in cui è utile per costruire l’identità della persona e andrà in qualche modo ad innestarsi in un “germe di vitalità spirituale” che a ciascuno è dato. In questo germe ogni conoscenza e abilità si va ad innestare rigenerandosi in modo diverso a seconda della pianta che la accoglie. Questo riguarda anche quello che la persona apprende negli ambienti non formali: in famiglia, in parrocchia, in un gruppo di amici.
In questo modo l’educatore, più che un erogatore di pacchetti formativi, ha il ruolo della “guida nel cammino”, cioè è colui che prende per mano, accompagna e mostra una strada da percorrere, indica una meta; la strada, però, va percorsa da ognuno con le proprie gambe e le sensazioni, il gusto, l’esperienza della crescita nel cammino della vita interiore saranno propri di ciascuno. Oggi questa è una consapevolezza importantissima per tutte le scuole di ogni tipo e di ogni genere, perché la persona in età evolutiva prima di tutto deve costruire la propria identità di persona e quasi per accidens gli viene tutto quel patrimonio di strumenti culturali, di cui gli ambienti educativi formali hanno sempre meno il monopolio, rivelando sempre più la necessità di strutturarsi per aiutarne a costruire la “regia”. Infatti, tra la cultura formale e quella non formale e informale non c’è oggi una separazione netta come in passato. Oggi qualunque concetto venga intercettato a scuola in realtà viene reintercettato, con modalità, forme e assetti diversi, nella televisione, in internet, in famiglia, con gli amici, e così il problema vero è non che un alunno apprenda ciò che altrimenti ignorerebbe, ma piuttosto mettere ordine nel caos, cioè trovare un equilibrio dinamico dentro una cultura che si va costruendo, è probabile che si crei un certo grado di confusione e che dentro questa confusione il ruolo delle figure educative – genitori e insegnanti, alleati tra loro in questo – sia proprio quello di portare un po’ di ordine nel caos.
Il dilemma tra un approccio educativo di tipo personalistico e un approccio di tipo tecnicista è un bivio che presuppone una scelta. Si può correre il rischio, infatti, di protendersi a un tecnicismo fine a se stesso o a una iperstimolazione mirante a valorizzare il fare, l’avere, piuttosto che l’essere, però
tutto ciò che non si rigenera innestandosi in modo vitale nella persona che contestualmente costruisce una propria identità armonica non solo è inutile (alla fine ne resterà poca traccia), ma non è neanche funzionale dal punto di vista educativo.

Il discorso sulle virtù potrebbe sembrare antiquato; in realtà esso, oltre ad appartenere a una nobile tradizione culturale che affonda le proprie radici nella filosofia antica e che il cristianesimo ha fatto propria (Socrate, Platone, Aristotele non erano lontani da una concezione dell’uomo virtuoso, anzi la riflessione sulle virtù è frutto del loro pensiero), consente di collocare il processo educativo nella linea dell’essere e non dell’avere. È proprio questo il taglio della pedagogia poietica, per la quale l’educazione non può essere vista secondo una modalità tecnicista, ma piuttosto nella linea personalista e dell’acquisizione da parte del soggetto del “mestiere di uomo”.
C’è come base prioritaria il riconoscimento dell’identità e della dignità della persona: la persona è un essere speciale, unico in tutto l’universo, anzi è l’unico essere al mondo che può essere educato. Per le piante si parla di coltivazione, per gli animali di addestramento, gli angeli nascono nella pienezza della propria maturità operativa, Dio è da sempre nella pienezza della propria onnipotenza, per cui l’unico essere per il quale si pone il problema di costruire una identità personale attrezzandolo dal punto di vista educativo è la persona umana. L’educatore, riconoscendo con stupore tale unicità, ha una consapevolezza interiore importantissima: sa di avere a che fare con una dignità quasi sacra, sa che sta facendo qualcosa di grande e unico in tutto l’universo.
La natura della persona umana non è e non può essere modificabile: se si pensasse di cambiare la natura dell’uomo in qualche modo, non ci si porrebbe nell’ottica di un educatore, ma in un ottica di tipo totalitario, di una aggressione a quella che è la dignità della persona, che invece rappresenta la consapevolezza sorgiva da contemplare per poterla rispettare. La natura umana è in qualche modo la guida, la prima maestra dell’educatore: affinché egli possa essere un “buon” educatore deve “portare fuori”, portare a maturazione ciò che è proprio della natura umana.
A questo punto si pone il problema: qual è il cuore dell’intervento educativo come tale? Se non si può modificare la natura e se non ci si può limitare neppure a un processo tendente a “mettere dentro”, a “riempire” la persona, bisogna trovare lo spazio specifico dell’azione educativa nella linea della “coltivazione” delle doti di natura, secondo le esigenze della natura e nel modo richiesto dalla natura stessa.
L’acquisizione di abiti virtuosi va intesa come acquisizione di una “seconda” natura: l’abito virtuoso dal punto di vista antropologico rappresenta il modo in cui le nostre potenze naturali, le nostre capacità operative, vengono portate a dare il meglio di se stesse, cioè a compiere quelle azioni che sono loro proprie, nel modo più spontaneo. Questo riguarda tutte le capacità operative, anche quelle relative alla nostra fisicità. Questo dinamismo, che è semplice descrivere se è legato alle abilità del movimento fisico, diventa più complesso e al contempo interessante se viene applicato alle capacità intellettive: ci sono quindi le virtù che Aristotele chiamava dianoetiche, cioè gli abiti operativi che perfezionano l’intelligenza e si collocano nella linea del sapere, e le virtù etiche cioè gli abiti operativi che in qualche modo si collegano alla nostra capacità di scegliere per il meglio quando ci troviamo ad assumere comportamenti che dipendono dalla nostra libertà. Questo contribuisce alla formazione di un carattere ed è la parte più importante del cammino educativo, anche se di fatto è spesso trascurata, risultando l’attenzione dei programmi scolastici molto centrata sull’istruzione più che sulla formazione delle virtù etiche. Le virtù etiche aiutano la persona a migliorare nella dimensione del saper essere, e non semplicemente del sapere o del saper fare; le virtù etiche, dette anche virtù cardinali, sono i capisaldi della personalità interiore di una umanità desiderabile. La formazione delle virtù è un aspetto imprescindibile per un educatore, il quale, nella sua opera, deve tener presenti due aspetti essenziali. Il primo è costituito dal fatto di avere fermo l’orizzonte di una umanità desiderabile: questo elemento è anche l’oggetto del confronto con le famiglie, con le quali il rapporto educativo deve andare verso una convergenza sui traguardi dell’azione educativa. E questo orizzonte di significato non può prescindere dal concetto di pienezza della persona umana che viene posto come ideale da raggiungere e dal quale discende l’insieme dei riferimenti etici che delimitano il campo operativo e la scala dei valori che vengono assunti come luci sul percorso educativo. Non si può, cioè, parlare di virtù etiche se non si fa riferimento a una legge morale, a un orizzonte di umanità desiderabile.
L’altro elemento è rappresentato da una caratteristica che appartiene all’educatore in quanto tale: l’educatore è di per sé un “ammalato di speranza”. L’educatore, infatti, per natura pone l’obiettivo del proprio agire nel futuro di persone che liberamente decideranno che cosa fare dell’azione dell’insegnante: se l’obiettivo dell’agire dell’educatore sta nel futuro libero di un altra persona è necessario un carico di speciale speranza.

Questi due elementi sono consapevolezze interiori dell’educatore e, in particolare la prima, hanno un influsso fondamentale sul cammino di coltivazione delle facoltà propriamente umane e, dunque,  sull’acquisizione delle virtù etiche.

La giustizia è quella virtù che regola i rapporti interpersonali e consiste nella ferma volontà di dare a ciascuno il suo. È una virtù “vitale” dato che la persona è fatta per stare in società, cioè in una relazione “costruttiva” con i suoi simili. L’uomo è dunque fatto per stare in società, è fatto per vivere dentro una vita comunitaria, all’interno della quale ci vogliono delle regole. Dentro una vita comunitaria è importante tenere presente che il proprio bene personale si rimette in gioco dentro un bene più grande del proprio, che è che il bene comune: la cura del bene comune della comunità di cui si fa parte è l’oggetto proprio della virtù della giustizia. Più semplicemente possiamo definire la giustizia come il dare a qualcuno ciò che gli spetta, cioè portare la propria intenzione prima di tutto sul bene comune della comunità a cui si appartiene. Una parte potenziale della virtù della giustizia è la gratitudine, che è quella virtù che si applica verso coloro che ci hanno beneficato. Ci sono quindi insiemi di atteggiamenti virtuosi, che si strutturano nel tempo grazie all’azione educativa, che devono essere convincenti nel momento in cui si cerca di far mettere loro radici, affinché possano essere agibili anche nei periodi di difficoltà o quando non verrebbe spontaneo agire in quel determinato modo. La giustizia è una virtù che riguarda la volontà.

La prudenza è quella virtù che gli antichi chiamavano saggezza ed è quella capacità che permette di vedere qui e ora, in una azione concreta, quelle che sono le istanze, le esigenze che ognuno porta dentro rispetto al proprio “cielo stellato” di valori di riferimento: la prudenza è la capacità di saper
leggere e vedere qui e ora che cosa può portare a realizzare i valori morali che rappresentano l’orizzonte dell’umanità desiderabile inscritta nel cuore di ogni individuo. Proprio per questo la virtù della prudenza va esercitata, va educata. Semplicemente possiamo dire che la prudenza è la buona idea del fare la cosa giusta e nel modo giusto considerando le circostanze concrete dell’operare. La prudenza riguarda la ragione pratica.

Le virtù della temperanza e della fortezza riguardano il nostro mondo emotivo, prendendo questo nostro mondo emotivo non come un nemico da combattere, ma come un alleato da convincere. La visione personalistica propone un’antropologia che magnifica l’unità della persona: nella persona umana non c’è niente da buttare, tutto quello che è nella natura dell’uomo va valorizzato anche in chiave educativa. Il nostro mondo emozionale può essere assimilato a un cavallo non immediatamente docile.

Ci sono due movimenti dentro la sfera educativa che è bene tenere d’occhio. Il primo movimento, che riguarda direttamente la virtù della temperanza, è quello che ci porta a desiderare le cose belle e piacevoli: guai se non avessimo quella spinta emotiva (dal latino emotio, cioè “che muove dal di dentro”) verso le cose belle e piacevoli. In questo senso la temperanza è la capacità di saper moderare, quando è il caso, un’attrattiva non troppo saggia. Dunque, la differenza tra una persona temperante e una intemperante non è tanto sentire o non sentire i desideri, quanto nell’esserne o schiavo o padrone. Un temperante non è una persona insensibile, apatica, che non prova emozioni, anzi di solito è capace di provare passioni forti senza esserne dominato, è capace di metter in atto quelle strategie che non lo rendono succube delle emozioni.

La virtù della fortezza si muove anch’essa nel nostro impianto emotivo per il secondo movimento che vogliamo prendere in considerazione. Il primo riguardava un bene che si presenta immediatamente come piacevole, questo secondo invece un moto verso un bene che richiede il superamento di una difficoltà per essere raggiunto. Ci sono delle situazioni nella quali c’è un bene da compiere o da raggiungere rispetto al quale non abbiamo nessuna voglia perché si presenta come difficile e faticoso. L’esempio più grande di fortezza è quello dei martiri, che non rinnegano la fede anche a costo della vita. La stessa cosa diceva Platone riguardo al soldato che difende la propria patria, la propria famiglia, a Ettore che esce di casa salutando la moglie e il figlio per difendere le mura di Troia. In questo senso c’è una forza nell’eroe. L’eroe non è colui che mette a repentaglio la vita per niente, ma è colui che riesce a tirare fuori da sé quella forza interiore che gli serve per affrontare una difficoltà che è ardua da superare e rispetto alla quale verrebbe spontaneo fuggire.
In ambito educativo diciamo che le difficoltà sono il sale della vita. Se c’è una cosa che oggi si tende a pensare è che le difficoltà sono un serio problema, perciò tanto più si riesce ad eliminarle, tanto meglio è, quindi il misurarsi gratuito con una qualche difficoltà è concepito come qualcosa da evitare assolutamente. Per formare la virtù della fortezza è invece necessario fare in modo che le difficoltà non manchino, perché in realtà questo significa “neutralizzarle” il più possibile rendendo il soggetto capace di affrontarle. Bisogna prendere come obiettivo formativo la capacità di fare proprio quello slancio interiore che porta ad affrontare e superare la difficoltà invece di eluderla o arrendersi.

Nessuna di queste virtù viene fuori all’improvviso: esse si acquisiscono con l’esercizio, nel piccolo di ogni atteggiamento, con la ripetizione di un’azione che non è semplicemente rispettare una regola, ma è uno sviluppare, è un acquisire una qualità stabile che arricchisce il mio essere in ordine al ben operare.

Come si è detto, la relazione è uno degli elementi fondamentali del processo educativo, poiché è soprattutto attraverso i legami che il bambino e il ragazzo crea con le persone con cui si rapporta, che avviene il suo fondamentale processo di crescita. Il termine relazione indica, innanzitutto, il rapporto e il collegamento tra due soggetti distinti, l’apertura tra un “tu” e un “io” diversi che si rivelano reciprocamente e reciprocamente concorrono alla costruzione di sé, senza mai dimenticare che resta sempre possibile una relazione sterile se non addirittura nociva. La consapevolezza di ciò deve stimolare in ogni insegnante un’attenzione precisa a ogni proprio gesto, comportamento o azione, perché il modo con cui sceglie di accostarsi, guardare, parlare ai bambini e ai ragazzi veicola importanti messaggi utili alla costruzione, da parte degli alunni, del loro personale modo di essere e di rapportarsi alla realtà. Questo è ancora più importante se si comprende che le virtù non sono insegnabili in teoria, come a distanza, ma si coltivano nel contatto costante che vede impegnate contestualmente due libertà: quella di chi educa, che è comunque sempre in cammino verso la conquista piena della propria dignità, e quella dell’educando, vero soggetto dell’educazione, che nel rapporto con il maestro acquisisce un proprio modo di guardare la realtà e di rispondere ad essa. In questa relazione, che è certo reciproca, ma inequivocabilmente asimmetrica, le virtù umane sbocciano in forza di una costanza nel bene che pian piano famigliarizza ad esso. L’insegnante deve essere disponibile a coinvolgersi personalmente nel rapporto con i bambini e i ragazzi in via di sviluppo per aiutarli a crescere come persone nella coscienza di loro stessi e dell’altro. Le materie di insegnamento sono uno strumento a questo scopo. Attraverso la trasmissione del sapere ogni insegnante deve essere consapevole di formare delle persone: la persona stessa è il fine dell’educazione. Proprio a questo scopo il modo di porsi dell’insegnante deve essere tale da affermare e provocare la libertà degli alunni e non certo quello di replicare se stesso. Una relazione educativa vera mette quindi in gioco due libertà: quella dell’educatore che si lascia coinvolgere senza rimanere imprigionato dalla dipendenza e quella dell’educando che può scegliere liberamente se e come seguire la via indicata. In questo processo l’educatore deve essere portatore di una solida speranza, perché parte dalla convinzione di poter dare qualcosa di buono alle nuove generazioni e da questa speranza rimane motivato senza avere la pretesa di vedere un ritorno positivo dalla sua opera. Una definizione di Benedetto XVI ben sintetizza l’essenza dell’educatore che deve essere caratterizzato da «quella passione educativa che è una passione dell’io per un tu, per il noi, per Dio, e che non si risolve in una didattica, in un insieme di tecniche e nemmeno nella trasmissione di principi aridi. Educare è formare le nuove generazioni, perché sappiano entrare in rapporto con il mondo, forti di una memoria significativa».

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