Scuola dell'obbligo

La relazione feconda con l’altro è un fine da realizzare nella propria esistenza.

Tutto ciò che appartiene per natura all’essere umano deve in qualche modo essere anche conquistato a livello operativo: la persona è libera per sua natura, ma deve in qualche modo conquistare la propria libertà; ha una dignità inalienabile, costitutiva, ma deve imparare a vivere all’altezza della propria dignità; la persona è un soggetto strutturalmente “aperto”, per sua natura in relazione con ciò che è altro da sé, ma in qualche modo la relazione feconda con l’altro è un fine da realizzare nella propria esistenza.

L’educazione dunque si gioca, nella propria essenza, in questo processo di coltivazione delle prerogative proprie della persona umana, in modo tale che ciò che all’uomo appartiene ontologicamente sia portato a maturazione e vissuto in pienezza. Il percorso formativo si gioca dunque sul piano dell’essere e non su quello dell’avere ed è per questo che una impostazione tecnicista dell’educazione risulta insufficiente e addirittura nociva.

Una corretta impostazione: l’educatore indica una meta da perseguire con le proprie gambe.

La concezione tecnicista dell’educazione, concentrata sulle abilità o performance che uno può o deve acquisire e che stanno, per dirla con Erich Fromm, sul versante dell’avere piuttosto che dell’essere, è purtroppo ricorrente nella mentalità odierna.

«Possiamo ora definire in maniera più precisa lo scopo dell’educazione: guidare l’uomo nello sviluppo dinamico durante il quale egli si forma in quanto persona umana, — provvista delle armi della conoscenza, della forza del giudizio, e delle virtù morali — mentre, nello stesso tempo, a lui giunge l’eredità spirituale della nazione e della civiltà alle quali egli appartiene, e il secolare patrimonio delle generazioni che così può essere conservato. L’aspetto utilitario dell’educazione - il fatto che essa mette il fanciullo in grado di esercitare più tardi un mestiere e di guadagnarsi la vita - non deve certo essere disprezzato, perché i figli dell’uomo non sono fatti per una vita di ozi aristocratici. Ma il mezzo migliore per ottenere questo risultato pratico è di sviluppare le capacità umane in tutte le loro possibilità. E gli studi specializzati che potranno ulteriormente essere richiesti non dovranno mai mettere in pericolo lo scopo essenziale dell’educazione.»12

Questa definizione di Maritain mette in un certo ordine mezzi e fini: tutto ciò che sta dalla parte dello strumento culturale è un mezzo, il fine è la costruzione dell’identità della persona. Negli anni recenti, tra i vari documenti che hanno circolato negli ambienti scolastici, c’è stata una stagione, negli anni 2004/2005, in cui anche alcuni documenti normativi avevano reso esplicito questo discorso, applicandolo a tutte le scuole della Repubblica: c’era un documento, chiamato PECUP (Profilo Educativo Culturale Professionale dello Studente), nel quale si diceva che le conoscenze e le abilità che uno deve acquisire hanno funzione di strumento, per raggiungere il fine della costruzione dell’identità della persona.

Mentre nel modello tecnicista tutto è standardizzato – basta stabilire lo standard, eventualmente aiutare chi non ce la fa, e tutto va bene – nel modello pedagogico di impianto personalista questo non è possibile, perché la risposta alla domanda «Che cosa se ne fa ogni persona di ciò che apprende grazie al contributo degli insegnanti?» è una risposta strutturalmente variabile.

In qualche modo, durante l’età evolutiva, ogni strumento di natura culturale, ogni conoscenza di natura tecnica, ogni abilità che possa essere acquisita è uno strumento finalizzato alla costruzione dell’identità della persona e serve nella misura in cui è utile per costruire l’identità della persona e andrà in qualche modo ad innestarsi in un “germe di vitalità spirituale” che a ciascuno è dato. In questo germe ogni conoscenza e abilità si va ad innestare rigenerandosi in modo diverso a seconda della pianta che la accoglie. Questo riguarda anche quello che la persona apprende negli ambienti non formali: in famiglia, in parrocchia, in un gruppo di amici.

In questo modo l’educatore, più che un erogatore di pacchetti formativi, ha il ruolo della “guida nel cammino”, cioè è colui che prende per mano, accompagna e mostra una strada da percorrere, indica una meta; la strada, però, va percorsa da ognuno con le proprie gambe e le sensazioni, il gusto, l’esperienza della crescita nel cammino della vita interiore saranno propri di ciascuno.

Oggi questa è una consapevolezza importantissima per tutte le scuole di ogni tipo e di ogni genere, perché la persona in età evolutiva prima di tutto deve costruire la propria identità di persona e quasi per accidens gli viene tutto quel patrimonio di strumenti culturali, di cui gli ambienti educativi formali hanno sempre meno il monopolio, rivelando sempre più la necessità di strutturarsi per aiutarne a costruire la “regia”. Infatti, tra la cultura formale e quella non formale e informale non c’è oggi una separazione netta come in passato. Oggi qualunque concetto venga intercettato a scuola in realtà viene reintercettato, con modalità, forme e assetti diversi, nella televisione, in internet, in famiglia, con gli amici, e così il problema vero è non che un alunno apprenda ciò che altrimenti ignorerebbe, ma piuttosto mettere ordine nel caos, cioè trovare un equilibrio dinamico dentro una cultura che si va costruendo, in cui è probabile che si crei un certo grado di confusione, e che dentro questa confusione il ruolo delle figure educative – genitori e insegnanti, alleati tra loro in questo – sia proprio quello di portare un po’ di ordine nel caos.

Il dilemma tra un approccio educativo di tipo personalistico e un approccio di tipo tecnicista è un bivio che presuppone una scelta. Si può correre il rischio, infatti, di protendersi a un tecnicismo fine a se stesso o a una iperstimolazione mirante a valorizzare il fare, l’avere, piuttosto che l’essere, però tutto ciò che non si rigenera innestandosi in modo vitale nella persona che contestualmente costruisce una propria identità armonica non solo è inutile (alla fine ne resterà poca traccia), ma non è neanche funzionale dal punto di vista educativo.

11 Per questo argomento si consultino due testi di A. Porcarelli: Cammini del conoscere, Giunti, Firenze 2008 e Lineamenti di pedagogia sociale, Armando, Roma 2009.

12 ID, L’educazione al bivio, ed. it. a cura di A. Agazzi, La Scuola, Brescia 1963, p. 25.

Bisogna allenare i “muscoli” dell’ l’intelligenza e delle facoltà che ci aiutano a scegliere.

Il discorso sulle virtù potrebbe sembrare antiquato; in realtà esso, oltre ad appartenere a una nobile tradizione culturale che affonda le proprie radici nella filosofia antica e che il cristianesimo ha fatto propria (Socrate, Platone, Aristotele non erano lontani da una concezione dell'uomo virtuoso, anzi la riflessione sulle virtù è frutto del loro pensiero), consente di collocare il processo educativo nella linea dell’essere e non dell’avere. È proprio questo il taglio della pedagogia poietica, per la quale l’educazione non può essere vista secondo una modalità tecnicista, ma piuttosto nella linea personalista e dell’acquisizione da parte del soggetto del “mestiere di uomo”. C'è come base prioritaria il riconoscimento dell'identità e della dignità della persona: la persona è un essere speciale, unico in tutto l'universo, anzi è l'unico essere al mondo che può essere educato.

Per le piante si parla di coltivazione, per gli animali di addestramento, gli angeli nascono nella pienezza della propria maturità operativa, Dio è da sempre nella pienezza della propria onnipotenza, per cui l’unico essere per il quale si pone il problema di costruire una identità personale attrezzandolo dal punto di vista educativo è la persona umana. L’educatore, riconoscendo con stupore tale unicità, ha una consapevolezza interiore importantissima: sa di avere a che fare con una dignità quasi sacra, sa che sta facendo qualcosa di grande e unico in tutto l’universo.

La natura della persona umana non è e non può essere modificabile: se si pensasse di cambiare la natura dell'uomo in qualche modo, non ci si porrebbe nell'ottica di un educatore, ma in un’ottica di tipo totalitario, di una aggressione a quella che è la dignità della persona, che invece rappresenta la consapevolezza sorgiva da contemplare per poterla rispettare. La natura umana è in qualche modo la guida, la prima maestra dell’educatore: affinché egli possa essere un “buon” educatore deve “portare fuori”, portare a maturazione ciò che è proprio della natura umana.

A questo punto si pone il problema: qual è il cuore dell'intervento educativo come tale? Se non si può modificare la natura e se non ci si può limitare neppure a un processo tendente a “mettere dentro”, a “riempire” la persona, bisogna trovare lo spazio specifico dell'azione educativa nella linea della “coltivazione” delle doti di natura, secondo le esigenze della natura e nel modo richiesto dalla natura stessa.

L'acquisizione di abiti virtuosi va intesa come acquisizione di una “seconda” natura: l'abito virtuoso dal punto di vista antropologico rappresenta il modo in cui le nostre potenze naturali, le nostre capacità operative, vengono portate a dare il meglio di se stesse, cioè a compiere quelle azioni che sono loro proprie, nel modo più spontaneo. Questo riguarda tutte le capacità operative, anche quelle relative alla nostra fisicità.

Questo dinamismo, che è semplice descrivere se è legato alle abilità del movimento fisico, diventa più complesso e al contempo interessante se viene applicato alle capacità intellettive: ci sono quindi le virtù che Aristotele chiamava dianoetiche, cioè gli abiti operativi che perfezionano l'intelligenza e si collocano nella linea del sapere, e le virtù etiche cioè gli abiti operativi che in qualche modo si collegano alla nostra capacità di scegliere per il meglio quando ci troviamo ad assumere comportamenti che dipendono dalla nostra libertà. Questo contribuisce alla formazione di un carattere ed è la parte più importante del cammino educativo, anche se di fatto è spesso trascurata, risultando l’attenzione dei programmi scolastici molto centrata sull’istruzione più che sulla formazione delle virtù etiche. Le virtù etiche aiutano la persona a migliorare nella dimensione del saper essere, e non semplicemente del sapere o del saper fare; le virtù etiche, dette anche virtù cardinali, sono i capisaldi della personalità interiore di una umanità desiderabile. La formazione delle virtù è un aspetto imprescindibile per un educatore, il quale, nella sua opera, deve tener presenti due aspetti essenziali.

Il primo è costituito dal fatto di avere fermo l’orizzonte di una umanità desiderabile: questo elemento è anche l'oggetto del confronto con le famiglie, con le quali il rapporto educativo deve andare verso una convergenza sui traguardi dell’azione educativa. E questo orizzonte di significato non può prescindere dal concetto di pienezza della persona umana che viene posto come ideale da raggiungere e dal quale discende l’insieme dei riferimenti etici che delimitano il campo operativo e la scala dei valori che vengono assunti come luci sul percorso educativo. Non si può, cioè, parlare di virtù etiche se non si fa riferimento a una legge morale, a un orizzonte di umanità desiderabile.

L'altro elemento è rappresentato da una caratteristica che appartiene all’educatore in quanto tale: l'educatore è di per sé un “ammalato di speranza”. L’educatore, infatti, per natura pone l'obiettivo del proprio agire nel futuro di persone che liberamente decideranno che cosa fare dell'azione dell'insegnante: se l'obiettivo dell'agire dell'educatore sta nel futuro libero di un’altra persona è necessario un carico di speciale speranza.

Le virtù etiche

Questi due elementi sono consapevolezze interiori dell’educatore e, in particolare la prima, hanno un influsso fondamentale sul cammino di coltivazione delle facoltà propriamente umane e, dunque, sull’acquisizione delle virtù etiche.

La giustizia è quella virtù che regola i rapporti interpersonali e consiste nella ferma volontà di dare a ciascuno il suo. È una virtù “vitale” dato che la persona è fatta per stare in società, cioè in una relazione “costruttiva” con i suoi simili. L’uomo è dunque fatto per stare in società, è fatto per vivere dentro una vita comunitaria, all’interno della quale ci vogliono delle regole. Dentro una vita comunitaria è importante tenere presente che il proprio bene personale si rimette in gioco dentro un bene più grande del proprio, che è che il bene comune: la cura del bene comune della comunità di cui si fa parte è l’oggetto proprio della virtù della giustizia. Più semplicemente possiamo definire la giustizia come il dare a qualcuno ciò che gli spetta, cioè portare la propria intenzione prima di tutto sul bene comune della comunità a cui si appartiene. Una parte potenziale della virtù della giustizia è la gratitudine, che è quella virtù che si applica verso coloro che ci hanno beneficato. Ci sono quindi insiemi di atteggiamenti virtuosi, che si strutturano nel tempo grazie all’azione educativa, che devono essere convincenti nel momento in cui si cerca di far mettere loro radici, affinché possano essere agibili anche nei periodi di difficoltà o quando non verrebbe spontaneo agire in quel determinato modo. La giustizia è una virtù che riguarda la volontà.

La prudenza è quella virtù che gli antichi chiamavano saggezza ed è quella capacità che permette di vedere qui e ora, in una azione concreta, quelle che sono le istanze, le esigenze che ognuno porta dentro rispetto al proprio “cielo stellato” di valori di riferimento: la prudenza è la capacità di saper leggere e vedere qui e ora che cosa può portare a realizzare i valori morali che rappresentano l’orizzonte dell’umanità desiderabile inscritta nel cuore di ogni individuo. Proprio per questo la virtù della prudenza va esercitata, va educata. Semplicemente possiamo dire che la prudenza è la buona idea del fare la cosa giusta e nel modo giusto considerando le circostanze concrete dell’operare. La prudenza riguarda la ragione pratica.

Le virtù della temperanza e della fortezza riguardano il nostro mondo emotivo, prendendo questo nostro mondo emotivo non come un nemico da combattere, ma come un alleato da convincere. La visione personalistica propone un’antropologia che magnifica l’unità della persona: nella persona umana non c’è niente da buttare, tutto quello che è nella natura dell’uomo va valorizzato anche in chiave educativa. Il nostro mondo emozionale può essere assimilato a un cavallo non immediatamente docile.

Ci sono due movimenti dentro la sfera educativa che è bene tenere d’occhio. Il primo movimento, che riguarda direttamente la virtù della temperanza, è quello che ci porta a desiderare le cose belle e piacevoli: guai se non avessimo quella spinta emotiva (dal latino emotio, cioè “che muove dal di dentro”) verso le cose belle e piacevoli. In questo senso la temperanza è la capacità di saper moderare, quando è il caso, un’attrattiva non troppo saggia. Dunque, la differenza tra una persona temperante e una intemperante non è tanto sentire o non sentire i desideri, quanto nell’esserne o schiavo o padrone. Un temperante non è una persona insensibile, apatica, che non prova emozioni, anzi di solito è capace di provare passioni forti senza esserne dominato, è capace di metter in atto quelle strategie che non lo rendono succube delle emozioni.

La virtù della fortezza si muove anch’essa nel nostro impianto emotivo per il secondo movimento che vogliamo prendere in considerazione. Il primo riguardava un bene che si presenta immediatamente come piacevole, questo secondo invece un moto verso un bene che richiede il superamento di una difficoltà per essere raggiunto. Ci sono delle situazioni nella quali c’è un bene da compiere o da raggiungere rispetto al quale non abbiamo nessuna voglia perché si presenta come difficile e faticoso. L’esempio più grande di fortezza è quello dei martiri, che non rinnegano la fede anche a costo della vita. La stessa cosa diceva Platone riguardo al soldato che difende la propria patria, la propria famiglia, a Ettore che esce di casa salutando la moglie e il figlio per difendere le mura di Troia. In questo senso c’è una forza nell’eroe. L’eroe non è colui che mette a repentaglio la vita per niente, ma è colui che riesce a tirare fuori da sé quella forza interiore che gli serve per affrontare una difficoltà che è ardua da superare e rispetto alla quale verrebbe spontaneo fuggire.

In ambito educativo diciamo che le difficoltà sono il sale della vita. Se c’è una cosa che oggi si tende a pensare è che le difficoltà sono un serio problema, perciò tanto più si riesce ad eliminarle, tanto meglio è, quindi il misurarsi gratuito con una qualche difficoltà è concepito come qualcosa da evitare assolutamente. Per formare la virtù della fortezza è invece necessario fare in modo che le difficoltà non manchino, perché in realtà questo significa “neutralizzarle” il più possibile rendendo il soggetto capace di affrontarle. Bisogna prendere come obiettivo formativo la capacità di fare proprio quello slancio interiore che porta ad affrontare e superare la difficoltà invece di eluderla o arrendersi.

Nessuna di queste virtù viene fuori all’improvviso: esse si acquisiscono con l’esercizio, nel piccolo di ogni atteggiamento, con la ripetizione di un’azione che non è semplicemente rispettare una regola, ma è uno sviluppare, è un acquisire una qualità stabile che arricchisce il mio essere in ordine al ben operare.

L’orizzonte di un’umanità desiderabile vissuta dall’educatore, viene raggiunto dall’allievo con l'acquisizione delle virtù etiche.

Come si è detto, la relazione è uno degli elementi fondamentali del processo educativo, poiché è soprattutto attraverso i legami che il bambino e il ragazzo crea con le persone con cui si rapporta, che avviene il suo fondamentale processo di crescita. Il termine relazione indica, innanzitutto, il rapporto e il collegamento tra due soggetti distinti, l’apertura tra un “tu” e un “io” diversi che si rivelano reciprocamente e reciprocamente concorrono alla costruzione di sé, senza mai dimenticare che resta sempre possibile una relazione sterile se non addirittura nociva. La consapevolezza di ciò deve stimolare in ogni insegnante un’attenzione precisa a ogni proprio gesto, comportamento o azione, perché il modo con cui sceglie di accostarsi, guardare, parlare ai bambini e ai ragazzi veicola importanti messaggi utili alla costruzione, da parte degli alunni, del loro personale modo di essere e di rapportarsi alla realtà.

Questo è ancora più importante se si comprende che le virtù non sono insegnabili in teoria, come a distanza, ma si coltivano nel contatto costante che vede impegnate contestualmente due libertà: quella di chi educa, che è comunque sempre in cammino verso la conquista piena della propria dignità, e quella dell’educando, vero soggetto dell’educazione, che nel rapporto con il maestro acquisisce un proprio modo di guardare la realtà e di rispondere ad essa. In questa relazione, che è certo reciproca, ma inequivocabilmente asimmetrica, le virtù umane sbocciano in forza di una costanza nel bene che pian piano famigliarizza ad esso. L’insegnante deve essere disponibile a coinvolgersi personalmente nel rapporto con i bambini e i ragazzi in via di sviluppo per aiutarli a crescere come persone nella coscienza di loro stessi e dell’altro. Le materie di insegnamento sono uno strumento a questo scopo. Attraverso la trasmissione del sapere ogni insegnante deve essere consapevole di formare delle persone: la persona stessa è il fine dell’educazione. Proprio a questo scopo il modo di porsi dell’insegnante deve essere tale da affermare e provocare la libertà degli alunni e non certo quello di replicare se stesso. Una relazione educativa vera mette quindi in gioco due libertà: quella dell’educatore che si lascia coinvolgere senza rimanere imprigionato dalla dipendenza e quella dell’educando che può scegliere liberamente se e come seguire la via indicata. In questo processo l’educatore deve essere portatore di una solida speranza, perché parte dalla convinzione di poter dare qualcosa di buono alle nuove generazioni e da questa speranza rimane motivato senza avere la pretesa di vedere un ritorno positivo dalla sua opera. Una definizione di Benedetto XVI ben sintetizza l’essenza dell’educatore che deve essere caratterizzato da «quella passione educativa che è una passione dell’io per un tu, per il noi, per Dio, e che non si risolve in una didattica, in un insieme di tecniche e nemmeno nella trasmissione di principi aridi. Educare è formare le nuove generazioni, perché sappiano entrare in rapporto con il mondo, forti di una memoria significativa13».

13 CEI, Educare alla vita buona del Vangelo, Appendice.